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Negramaro, Giuliano Sangiorgi racconta il nuovo inizio di “Amore che torni”

Negramaro, Giuliano Sangiorgi racconta il nuovo inizio di “Amore che torni”

"È un album pieno di luce. Una luce raggiante che arriva da un buco nero in cui eravamo entrati e da cui temevamo di non uscire più. È un disco pieno di speranza, di storie che riguardano non solo noi, ma tutto il pianeta”. Così Giuliano Sangiorgi racconta “Amore che torni”, album numero sette dei Negramaro. La band salentina lo presenta come un nuovo inizio: scongiurato lo scioglimento, il gruppo torna con un sound più elettronico e una serie di date negli stadi italiani nel giugno e luglio 2018.

L’album nasce dalla ricomposizione di una crisi.
Non avevamo mai attraversato una crisi tanto lunga: due mesi senza parlarci, senza scriverci. Lo diciamo adesso perché aiuta a comprendere il disco.

Una crisi dovuta al logoramento dei rapporti dopo tanti anni?
È una paura che abbiamo sempre avuto, quella di non avere quel fuoco acceso come agli inizi. È la nostra stessa storia che ci ha chiesto di riflettere e ripartire in maniera più consapevole. Correvamo dal debutto e soprattutto dal grande successo del 2005. E andava tutto bene. Ma prima che cominciasse ad andare male è stato fisiologico fermarsi. Purtroppo l’abbiamo fatto nella maniera più nera, stando lontani.

Tu sei andato a New York…
Andarci mi ha permesso di perdermi e ritrovarmi. “New York e nocciola” è figlia di quel momento. Ho vissuto due mesi a New York in cui ho provato una grande solitudine. Erano i giorni in cui Donald Trump diceva di volere innalzare un muro dei confronti dei migranti e io in quel momento mi sentivo un migrante. La canzone racconta la sensazione che ho provato e che mi ha portato a riflettere su un’immagine piena di umanità e priva di cinismo: due persone che stanno per affogare e si promettono, aggrappandosi a parole di speranza, un futuro al di là del mare, sulle coste. Le persone muoiono cercando un sogno. Siamo stati migranti anche noi, abbiamo portato all’estero il lato più oscuro del nostro sogno, ma siamo sempre stati accettati, e adesso vogliamo educare i migranti a stare a casa loro? Scappano da una vita che non possono avere. Bisogna accoglierli a tutti i costi. Tutto il disco parte da presupposti privati per raccontare storie universali.

La storia dell’amore naufrago è quella di “Per uno come me”, giusto? Il tema è forte, ma non è sbattuto in faccia a chi l’ascolta.
Mi fa piacere che tu l’abbia notato. È al centro del disco, è l’emblema della band. L’ho voluta asciutta e secca. Volevamo dire una cosa profonda, ma in modo leggero. Bisogna saper raccontare questo tempo con le categorie che il tempo ci concede.

Chi è la bambina che si sente all’inizio e alla fine del disco?
È mia nipote Maria Sole, che è raffigurata anche in copertina per la purezza che esprime. Abbiamo voluto la voce di una bambina perché volevamo che ci parlasse del futuro. È un’ancora di salvezza, un faro, un nuovo inizio. È un omaggio all’emozione suscitata dall’ascolto di “Le nuvole” di Fabrizio De André. All’epoca vedevamo il mondo solo con gli occhi del rock e pensavamo che la musica fosse solo una chitarra suonata a gran volume. Amavo i Doors e la Beat Generation, suonavo Jimi Hendrix e sapevo “Made in Japan” dei Deep Purple a memoria. Quel disco di De André mi ha messo ko con la voce di un’anziana che racconta delle nuvole in modo così onirico. Da quel momento ho deciso che il rock sarebbe stata tutta la musica che mi piace. È un’emozione che ho cercato di tradurre nel finale di “Amore che torni”.

Il disco parla di un nuovo inizio. È un rinnovamento anche dal punto di vista musicale, per via di certe scelte che hanno a che fare con l’elettronica…
Certo, ma è un’elettronica vintage, analogica. Andrea ha fatto un gran lavoro sulla scelta dei synth. Non abbiamo usato molti virtual instruments, le batterie sono sì triggerate, ma suonate, le chitarre hanno trovato una strada più semplice, ma proprio per questo più complessa. E io ho scritto tanto, 80 pezzi, pur di selezionare canzoni che spiegassero in modo coerente questo nuovo mood. Ad esempio per “La chiave, le virtù e l’arroganza” il riferimento sono i Dirty Loops, ragazzi preparatissimi e con un’immagine iper-contemporanea che suonano le macchine e fanno una sorta di progressive-fusion. Immagina dei jazzisti che vanno in discoteca. Mi hanno colpito molto, loro e le band che stanno nascendo soprattutto nel Nord Europa e che cercano di essere attuali con un suono che sembra virtuale e che invece è supersuonato.

È un cambiamento che sentiremo anche nel tour negli stadi?
Finita la promozione entreremo nella nostra sala prove nel Salento e cominceremo a lavorare sul concerto. Il sound delle vecchie canzoni sarà reso coerente con le nostre cose più recenti. Cercheremo una nuova strada, ma sarà soprattutto una grande festa.

Andate nuovamente in tour con Live Nation. Non avete pensato di cambiare agenzia dopo lo scandalo del secondary ticketing?
No, perché sono sempre stati rispettosi. Abbiamo riconfermato le persone che con noi sono sempre state limpide e chiare, come noi del resto. Se gli altri hanno avuto un problema sono affari loro, nel senso che sono cose che devono riguardare loro. Noi abbiamo sempre lavorato bene, conti alla mano, tutto è stato fatto in chiarezza, non vedo perché non avremmo dovuto continuare un rapporto così bello che ha segnato la nostra carriera. Live Nation ha meritato la nostra fiducia.

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